94) Severino. Gli uomini non diventano polvere.
Un esempio della forza teoretica di questo filosofo  data dalla
lettura che segue, che lo stesso autore ha scelto a conclusione
del suo manuale di filosofia per le scuole. Egli dimostra che ci
che appare come buon senso pu essere follia per la ragione e
viceversa e che il divenire non significa annientamento, ma
entrare ed uscire delle cose dal cerchio dell'apparire.
E. Severino, La strada.
Che significa morire?.
L'incertezza pi profonda continua ad avvolgere ogni risposta dei
mortali a questa domanda.
Non avvolge soltanto le teorie attorno alla morte, ma lo stesso
tentativo di cogliere e di esprimere il fenomeno che tali teorie
vorrebbero spiegare - il fenomeno della morte, ossia (stando
all'etimo di fenomeno) ci che della morte appare, sta dinanzi
visibile e constatabile.
Come se, assistendo a una corsa di cavalli, non solo non si
sapesse quale sar il vincente, ma non si sapesse nemmeno (pur
illudendosi di saperlo) quali sono, tra le varie figure visibili,
i cavalli.
Una teoria pu spiegare un evento solo se esso, innanzitutto,
appare. Ma quello che sembrerebbe il pi facile dei compiti -
cogliere ed esprimere ci che appare -  invece tra i pi
difficili.
Giacch la difficolt non  dovuta a un'incapacit psicologica che
potrebbe esser superata mediante una concentrazione mentale pi
rigorosa e pi intensa, o una trasformazione che renda pi
razionale il contesto sociale dove si forma l'osservazione di ci
che appare: appartiene al destino dei mortali l'incapacit di
cogliere e di esprimere ci che appare, quindi ci che della morte
appare, il fenomeno della morte.
Eppure, la nostra cultura non ha dubbi sulla capacit di
cogliere ed esprimere i tratti che la morte mostra apparendo e il
loro significato essenziale: la morte - essa dice - 
annientamento; l'annientamento di ci che muore  il fenomeno
della morte; la morte appare come annientamento.
Ormai si ritiene che tutte le cose siano mortali e che di tutte
possa quindi apparire il loro annientarsi (e uscire dal niente).
Anche il cristianesimo, che pure  ben lontano dall'abbandonare
tutto alla morte e afferma l'immortalit dell'anima, pensa che,
con la morte, il corpo in nihilum cedit (cos scrive Tommaso
d'Aquino): se ne va nel niente.
Ma non siamo forse tutti convinti, anche senza fare appello alle
varie forme della cultura e basandoci semplicemente sulla nostra
esperienza, che l'annientarsi delle cose  quanto di pi visibile
esiste tra i visibili? e che l'angoscia e il dramma della vita
hanno proprio qui la loro radice, nel constatare ogni giorno e
ogni momento che noi e tutto ci che appartiene al nostro mondo ce
ne andiamo nel niente?.
La legna sta bruciando. Dapprima se ne distinguono i contorni
nella luce del fuoco. Poi le forme scure del legno si fanno sempre
pi incandescenti, la fiamma si riduce e i tizzoni diventano
braci. Queste, infine, impallidiscono e diventano cenere.
L'incenerirsi di un corpo  la forma pi radicale di ci che per i
mortali  l'annientamento della morte. Qui, in breve tempo e sotto
lo sguardo di tutti, il corpo che brucia perde ogni sua qualit.
Di esso rimane soltanto la cenere; tutto il resto  diventato
niente.
La maggior esattezza con cui la scienza descrive il fenomeno della
combustione non muta la sostanza del discorso, perch se, per il
primo principio della termodinamica, con l'incenerirsi di un corpo
e addirittura di tutto il nostro pianeta, la quantit totale di
energia dell'universo non varia, tuttavia quel principio afferma
semplicemente la conservazione dell'energia, ma non delle forme in
cui di volta in volta l'energia si realizza.
Le forme - figure, aspetti, volumi, suoni, colori e ogni altra
qualit dei corpi - tutto questo, anche per quel principio della
fisica, non si conserva e diventa niente quando un corpo viene
bruciato. La cenere (col calore, il fumo)  appunto la nuova forma
in cui esiste l'energia contenuta nel corpo inceneritosi; ma la
forma che lo costituiva e per la quale esso era, ad esempio,
legna, e non un animale, questa forma, anche per la scienza, con
l'incenerirsi del corpo diventa niente.
Cos, dunque, parlano i mortali, descrivendo il fenomeno della
morte, quale si presenta nell'incenerirsi di un corpo.
Ma - nonostante sembri quella del buon senso -  la voce della
follia.
Quando si dice che qualcosa  divenuto niente, si intende forse
affermare che esso, pur essendo diventato niente, continui
tuttavia ad apparire? Ad esempio, che l'esser legna della legna
trasformatasi in cenere sia diventato niente e che esso continui
ci nonostante ad apparire (cio ad essere visibile, constatabile,
cos come lo era prima di diventar niente)?.
Daccapo: forse che una cosa pu diventar niente e tuttavia
continuare a manifestarsi nel suo essere quella cosa che essa
era?.
No risponderanno tutti: ci che si annienta scompare nella
misura in cui si annienta. In questa misura, esso esce dal novero
delle cose che appaiono.
(A mezza voce, alcuni riconosceranno anche questo: che nella
memoria rimane s la traccia della legna - che in questo senso
continua ad apparire anche quando  diventata cenere -, ma questa
traccia, proprio perch rimane, non  la legna che  diventata un
niente. La legna  morta, la sua traccia  viva. Non ci pu essere
memoria dei morti, cio degli annientati.) Ma se il processo
dell'annientarsi  inseparabilmente legato a quello dello
scomparire - se cio una cosa, annientandosi, esce, insieme, dal
cerchio dell'apparire (ossia dal luogo luminoso in cui stanno
tutte le cose che appaiono) - allora, per sapere che sorte 
toccata a ci che  uscito da quel cerchio, potremo forse
rivolgerci alle cose che a tale cerchio appartengono? l'apparire
di queste cose potr forse informarci di ci che  accaduto a
quelle altre che non stanno pi in loro compagnia?.
Una analogia ci consente di chiarire il senso di questa domanda.
Quando il sole tramonta, esce dalla volta del cielo e scompare
allo sguardo. Che ne  di esso? che sorte gli tocca quando,
sprofondando nel mare o nella terra o dietro i monti, non  pi
visibile?.
Queste domande ci lasciano oggi del tutto indifferenti, anche
perch la teoria copernicana assicura che il moto del sole 
apparente e che quindi il sole continua a esistere anche quando
non  visibile.
Ma se volessimo rispondere a quella domanda unicamente sulla base
di ci che appare nella volta del cielo quando essa  stata
abbandonata dal sole, che potremmo dire della sorte del sole
resosi invisibile? Che potrebbe dirci, che potrebbe attestare
l'apparire della notte, della luna, delle stelle e dei loro moti,
intorno a ci che  accaduto dell'astro che non abita pi con loro
la volta del cielo?.
Nulla!.
Abbandonata dal sole, la volta del cielo tace della sorte di esso,
non attesta alcunch intorno a esso.
In senso rigoroso e al di fuori di ogni metafora, le pallide luci
del crepuscolo sono la cenere del tramonto del sole.
Come il crepuscolo e gli astri notturni del cielo non mostrano
quale sorte sia toccata al sole che li ha abbandonati, cos la
cenere e tutto ci che appartiene al luogo in cui  avvenuto
l'incenerirsi della legna tacciono e non attestano alcunch
intorno alla sorte della legna che, se si  annientata,  dovuta
anche scomparire, ha dovuto cio abbandonare la volta
dell'apparire abitata da tutte le cose che appaiono.
E come per conoscere la sorte del sole dopo il tramonto occorrono
delle teorie, che interpretino ci che appare e gli attribuiscano
quindi propriet che non appaiono, cos per conoscere la sorte
della legna, che incenerendosi  uscita dall'apparire, occorrono
delle teorie, che interpretino il fenomeno dell'incenerirsi e
dello scomparire e lo inseriscano in categorie che aggiungono, a
ci che appare, un senso che non  attinto da ci che appare.
Di queste teorie  supremamente dominante, presso i mortali,
quella che afferma che, incenerendosi, la legna  diventata
niente.
Si tratta di una teoria, e non della descrizione di un fenomeno,
perch se la legna, annientandosi, esce dall'apparire -se,
diventata niente, essa non appare nemmeno pi -, allora, che essa
sia diventata niente non  qualcosa che possa essere attestato
dall'apparire da cui la legna, incenerendosi,  uscita.
Non  il fenomeno dell'incenerirsi, non  l'apparire delle cose ad
attestare che cosa abbia avuto in sorte la legna scomparendo:  la
teoria suprema dei mortali che, interpretando l'incenerirsi della
legna, afferma che essa  diventata niente, le d in sorte il
niente.
E' questa suprema teoria a intendere il fenomeno della morte come
annientamento. Ed  ancora essa a non riconoscersi come teoria e a
presentare il proprio contenuto come qualcosa che appare, cio
come osservabile, constatabile, manifesto, cio come fenomeno.
La legna sta bruciando. Dapprima appaiono i suoi contorni nella
luce del fuoco; poi essi scompaiono e appare l'incandescenza delle
braci; a sua volta, poi, questa incandescenza scompare e appare la
cenere.
La legna spenta, la legna accesa, le braci, la cenere e il vento
che la disperde si sono avvicendati nel cerchio luminoso
dell'apparire. Al subentrare di ognuno di questi eventi, il
precedente esce dall'apparire. Il cerchio dell'apparire non
attesta che la legna si trasforma in cenere: appunto perch non
attesta che la legna si annienta come legna. Per trasformarsi, o
diventare cenere  infatti necessario che la legna si annienti
come legna. Ma se l'annientamento della legna non appare, non pu
apparire nemmeno il suo diventare cenere.
All'interno di quel cerchio, la cenere non  la sorte toccata alla
legna; essa non grida, ma tace la sorte della legna. In quel
cerchio, la legna non diventa cenere, cos come gli uomini non
diventano polvere: la cenere  il successore della legna; la
polvere dell'uomo. Ma l'annientamento di ci che muore non appare.
Alle teorie resta dunque affidato il compito di stabilire a quale
sorte va incontro ci che esce dal cerchio delle cose che
appaiono.
Questo risultato  decisivo.
Nei miei scritti si mostra - e ne hanno dato un cenno anche le
pagine precedenti - che la follia essenziale si esprime nella
persuasione che le cose escono e ritornano nel niente. Il mortale
 appunto questa volont che le cose siano un oscillare tra
l'essere e il niente.
Al di fuori della follia essenziale, di tutte le cose  necessario
dire che  impossibile che non siano, cio  necessario affermare
che tutte - dalle pi umili e umbratili alle pi nobili e grandi
-tutte sono eterne. Tutte, e non solo un dio, privilegiato
rispetto a esse.
Se questo discorso viene equivocato oltre un certo limite, si pu
allora pensare che il vero folle  chi questo discorso propone,
giacch esso sembra smentito nel modo pi perentorio dal divenire
del mondo.
Ebbene, proprio questo si  qui incominciato a chiarire: che se il
divenire del mondo  inteso come l'annientamento delle cose,
allora il divenire non appare: l'apparire del mondo
(l'esperienza) non smentisce il discorso affermante l'eternit
del tutto; e dunque se in questa affermazione si volesse per forza
trovare la follia, essa andrebbe cercata altrove che nella
presunta contraddizione tra questa affermazione e ci che resta
attestato dall'apparire del mondo.
Intanto, se il divenire non appare come annientamento, ma come
l'entrare e l'uscire delle cose dal cerchio dell'apparire, allora
l'affermazione dell'eternit del tutto stabilisce la sorte di ci
che scompare: esso continua a esistere, eterno, come un sole dopo
il tramonto.
Non solo la legna fiammeggiante, le braci, la cenere, il vento che
la disperde sono eterni astri dell'essere che si succedono nel
cerchio dell'apparire, ma anche tutte le fasi dell'albero che,
nella valle ove fresca era la fonte / ed il giovane verde dei
cespugli / giocava al fianco delle calme rocce / e l'etere tra i
rami traluceva / e quando intorno i fiori traboccavano
(Hlderlin), hanno preceduto la legna tagliata per il fuoco.
Quando gli astri dell'essere escono dal cerchio dell'apparire, il
destino della verit li ha gi raggiunti e impedisce loro di
diventare niente.
Appunto per questo essi - tutti - possono ritornare.
E. Severino, La strada, Rizzoli, Milano, 1983, pagine 101-107.
